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Giampaolo
TROTTA, 2007
Arte come fecondo vento cosmico
Catalogo mostra personale Museo Diocesano
di Arte Sacra, Firenze
Introdurre
un catalogo di una mostra di scultura è sempre molto
stimolante anche perché, a differenza delle esposizioni
di pittura, quelle di manufatti scultorei sono maggiormente
rare e, nell’immaginario collettivo, ritenute più
elitarie. Forse questo è vero se per elitario intendiamo
una maggior selezione dovuta alla profondità del messaggio
e alla difficoltà delle tecniche che vi sono sottese.
Sempre nel luogo comune la scultura è veduta come un
qualcosa di monumentale, realizzato per grandi spazi aperti,
in materiali duraturi come il marmo o il bronzo. A tale visione
gli scultori contemporanei, a partire dal Secondo Dopoguerra,
hanno contrapposto una eterogeneità di materiali, spesso
impropri e desunti dalla realtà del quotidiano, assemblati
in scenografiche istallazioni.
Giuseppe La Bruna è uno scultore, in un certo senso,
tradizionale, essendosi ‘riappropriato’ di materiali
(bronzo, legno, marmo) e di tecniche (fusione a cera persa)
antichi. La Bruna scolpisce con gli strumenti della tradizione
che egli stesso insegna anche quale docente all’Accademia
di Palermo. Ciò nonostante, le sue opere – figurative,
sì, ma non oleograficamente veriste – sono estremamente
moderne e affascinanti. Spesso si è erroneamente ritenuto
che un’arte concettuale dovesse esprimere un’idea
senza ancorarsi alla bellezza della figurazione: le sculture
di La Bruna rivelano una profonda meditazione simbolica ed
allegorica sull’esistenza attraverso forme magistralmente
ricche di pathos e di eleganza formale.
La produzione degli ultimi anni si è concentrata sulla
figura umana ‘rarefatta’ che assurge a simbolo
di una pacata riflessione sulla vita, sul Cosmo e sul suo
costante ed inesorabile trasformarsi, creando il tempo e la
Storia. Le sue figure, per lo più asessuate, rappresentano
l’umanità o meglio, forse, l’essere vivente
creato che, in un silenzio siderale, assiste alla creazione
di se stesso e dell’Universo. Una visione cosmogonica
dove, come per Lucrezio, la materia è eterna nel suo
divenire. Così, materiale informe, disseminato negli
spazi cosmici, si ammassa, coagula e prende mano a mano forma
nel vento della vita che spira prepotente nell’Universo.
Una sorta di vento che è anemos, spirito di autocoscienza.
Le sue masse materiche, per lo più di bronzo ma anche
di marmo o di legno, prendono gradualmente la forma nel riconoscersi
come esistenti e pensanti e si ergono maestosamente ed epicamente
come figure antiche sulla riva di un mare. I personaggi, astrattamente
modernissimi, si ricollegano, non a caso, proprio alla scultura
antica, come reperti archeologici corrosi dalla salsedine
e scuriti dalla terra, con quelle cromie e quelle patine impresse
ai suoi bronzi mediante un uso sapiente degli ossidi. Ci tornano
in mente sculture preistoriche ma anche etrusche ed italiche,
in queste opere di La Bruna dove la materia stessa pare plasmata
con il tempo e con lo spazio. Frammenti del passato ripescati
da un simbolico mare e proiettati nel vento cosmico: modellati
con profondo senso della ‘terra’ (le ditate impresse
nella cera e riconoscibili nelle scaglie di bronzo; i colpi
di scalpello nel legno), rivelano cicatrici e ferite, solchi
e scabrosità simboliche che si annullano nei lisci
volti contemplanti l’infinito con atarassia, metafisicamente
senza connotati.
Segni degli strumenti e delle dita dell’artista che,
come un dio, forgia la materia primordiale, gli imprime segni
e significati, creando la storia. Segni che possono divenire
misteriosi alfabeti, nei quali sta racchiuso il significato
e il segreto dell’universo, ricoprendo lamine come in
tavolette sumeriche, ma si ricollegano direttamente alla Natura,
che ha impresso linee e segmenti misteriosi nel magma poi
solidificatosi in roccia. I suoi Frammenti di scrittura cosmica
assommano gli alfabeti alle solitarie figure e agli alberi
di una natura anch’essa in formazione, così che
le chiome si materializzano come da fluttuanti nubi pregne
di vita.
Nel turbinio di questa materia eterna si coglie e si perde
l’attimo fuggente, l’incontro di amanti, in un
continuo fluire dove gli esseri viventi di gonfiano e sgonfiano
come vele, respirano sotto la spinta di quel vento rammentato.
Nelle sculture di La Bruna è racchiuso il metro che
misura il tempo e lo spazio alla ricerca di una catarsi finale,
scrutando – cercando di penetrare cioè –
la realtà futura attraverso una pausata riflessione
ed una memoria ancestrale. Simbolici monoliti di questo ‘viaggio’
umano attraverso il tempo mediante la storia codificata dalla
scrittura, che assumono il tono di un seducente 2001 Odissea
nello spazio.
Da queste meteoriti piovute sulla Terra, da queste pietre
di luna che recano codici alfabetici astrali, si sprigiona,
come da crisalidi (si pensi, appunto, a Crisalide, del 1998),
la vita, da quegli archetipi dai quali deriva la molteplicità
della natura e degli esseri viventi (Astro alfabetico, del
1996; Scritto ancestrale, del 1997). Una plasticità
ed una permeabilità che libera i materiali dal proprio
pondus.
Quanto detto trova una puntuale conferma attraverso l’analisi
di alcune tra le sue più paradigmatiche opere.
Immersi nello spazio, del 1985, è una fusione quasi
informale di figure che si creano nell’universo e la
base, costituita da una pietra levigata e smussata, diviene
come una meteora che, attraversando lo spazio, porta la vita,
plasmata da venti astrali.
Anche in Le sacre du printemps, parimenti del 1985 ed il cui
titolo è ispirato al capolavoro di Igor Stravinskij,
ci raffigura un monolite dal cui taglio verticale, origine
della vita, sorge la figura della Primavera e il dinamico
groviglio danzante di nuovi esseri sul palcoscenico del mondo.
La grande statua lignea di Cibele (1998/2000) è una
meditazione e una contemplazione di quel rammentato divenire
cosmico e la materia con la quale è fatta la dea frigia,
la Gran Madre degli Dei, personificazione della potenza della
Natura, ha l’imponenza di un tronco che si forma uscendo
dalla terra: in quell’assemblarsi di masse ritroviamo
le rugosità di una corteccia d’albero e il profumo
di boschi galattici che rimandano al significato originario
e fecondatore di Cibele-Rea, figlia di Urano e sposa di Crono.
Il viaggio di Ulisse (anch’esso del 1998) è metafora
del viaggio dell’umanità in perenne ricerca di
nuovi orizzonti e di nuove terre interiori: il libro, ancora
una volta in legno, è quello della storia dell’uomo
e il tocco lieve della farfalla in bronzo rimanda a voli in
cristallini cieli surreali.
Il tema della scrittura è presente anche in Libro cosmico
(1998), nel quale i segreti dell’Universo sono incisi
nella grande pietra di fronte alla quale medita una figura
in tutta la sua ‘piccolezza’ e anche la molteplicità
di materiali (basalto, bronzo e legno) rinvia alla complessità
della Natura e l’inclinazione del grande libro sotto
il cuneo ligneo vuole quasi essere una raffigurazione dell’uomo
che con il proprio intelletto penetra e dischiude i misteri
del Creato. Similmente, Memoria del tempo, opera antecedente
di tre anni (1995), è la pagina scritta dalla Natura
nel libro della roccia e l’immagine sulla destra si
richiama a quella già ricordata di Cibele.
Nella Coppia (2005) le due figure stanti in terracotta rimandano
anch’esse ad un simbolico mondo antico, assumendo il
fascino discreto ed enigmatico del manufatto archeologico:
nella piccola dimensione hanno la valenza quasi di un bozzetto
per la realizzazione di una più grande scultura, dove
le maggiori dimensioni inviterebbero l’osservatore a
sedersi sulla parte inferiore, destinata ad accogliere e a
fondersi con il fruitore, quasi come un manufatto uscito da
un’antica necropoli o dallo scavo di un tempio, dove
l’offerta alla divinità diviene una fusione con
l’universo.
E-venti cosmici, invece, è quasi il bozzetto per un’istallazione,
con le due figure in formazione, poste staticamente in verticale
a serrare la scena, ed il groviglio turbinoso delle altre
che definiscono dinamicamente in orizzontale la ‘lingua’
di terra dove l’evento si svolge (il vento fecondatore
spira).
Un significato diverso, più storico, è riscontrabile
ne Il muro del 1983, dove la figura trascinante l’altra,
al di là del diaframma, è un richiamo specifico
al muro di Berlino e, attraverso la simbologia di primo livello
riferita all’anelito di libertà delle popolazioni
allora ancora immerse nell’incubo plumbeo della dittatura,
rimanda ad un significato ancora più profondo di liberazione
dell’essere umano da ogni condizionamento e ‘fune’
che lo tiene legato, impedendogli di ‘volare’.
Elegantissimo il suo Omaggio a Gabriel Fauré (1983),
il noto compositore francese vissuto tra Otto e Novecento
(1845-1924). Isolato e schivo, sia come artista sia come uomo,
Fauré è stato un protagonista della rinascita
strumentale francese e si proietta nel nuovo secolo con l’economia
del mezzo espressivo, con una semplicità di atteggiamento
profonda e meditata, che mano a mano si spogliava della componente
manieristica e sentimentale, dal romanticismo ‘emotivo’,
mirando sempre maggiormente a un’ideale essenzialità,
tendente a trasformarsi in messaggio morale ed etico. Così,
similmente, l‘opera di La Bruna, risalente al 1983,
sulla base marmorea del palcoscenico della vita ci rappresenta
tre figure femminili in bronzo, una ancora legata dai propri
condizionamenti e dal passato, la seconda che si sta liberando
e l’ultima, libera, che con passo danzante si proietta
al di fuori della base. Presentando analogie con un’altra
scultura di quegli anni (Crocifissione-Resurrezione, del 1981),
i vincoli, però, non si riescono mai a cancellare completamente
e nel corpo come nell’anima rimangono le cicatrici e
i ‘legacci’ del passato, anche dopo la liberazione-resurrezione.
Opera emblematica di La Bruna, che vi esprime un pensiero
artistico estremamente sofisticato, in una dimensione dominata
dalle allusioni, dall’aristocratica e dinamica contemplazione,
da un lirismo spesso tenue, arioso, mai decorativo.
Colma di simbologie è anche la scultura realizzata
come Omaggio a Ludovico Ariosto (Angelica e Bradamante), del
1988. Su un ampio macigno che presenta levigate affossature
riempite di ghiaia marina e di acqua, come un terreno di battaglia
con pozze, vi sono i resti di lance e di armi di bronzo spezzate;
dal cavallo impennato, dai tratti monumentali novecentisti
alla Marino Marini, cade all’indietro Bradamante, in
un convulso attimo di dinamismo bloccato nella scultura come
in un’istantanea; di lato, in alto e separata, si erge
la figura stante di Angelica che medita sul campo dopo la
battaglia. Attraverso l’omaggio alle due eroine della
Gerusalemme liberata La Bruna ci ripropone una riflessione
di Ariosto che diviene visceralmente sua ed espressione della
sua filosofia cosmica. Bradamante cavalca vestita della propria
armatura di bronzo e sconfigge cavalieri e maghi, mentre Angelica,
figura in ‘formazione’ attraverso il magma che
si connota e cioè diventa autocosciente, pensa, riflette;
sono contrasti pensati per mostrare a chi guarda più
facce della realtà, contrasti di concetti implicitamente
legati tra loro, una volta ancora come metafora della vita.
Così, la femminilità di Angelica e la mascolinità
di Bradamante non sono altro che il ‘bianco’ e
il ‘nero’ che si compenetrano e si fondono ‘necessariamente’
nell’ambito della figura femminile in generale: ogni
donna è un po’ Angelica e un po’ Bradamante,
può usare la forza o la dolcezza, può lottare
strenuamente o scomparire.
Tutto, nelle sculture di La Bruna, converge magicamente in
un unicum armonico ed escatologico finale, pur nella variegata
poliedricità di forme e di materiali (sempre ‘naturali),
come em-blematicamente pare suggerire il cerchio di figure
danzanti attorno al grande obelico-monolite solare di Verso
il Dio universale (2003), che, come un cuore immanente e trascendente
ad un tempo, batte e palpita nel Cosmo, in un cosmo fatto
di luci e di ombre, dove l’ombra non può esistere
senza la Luce, ma neppure la Luce può sussistere senza
le sue ‘ombre’. In tal senso, già Trilogia
di un evento, del 1995, con le due figure delle quali una
è ‘doppia’ (nascendo una in seno all’altra,
come Eva dalla costola di Adamo), possiamo leggerla attraverso
le parole stesse dell’autore: “ogni cosa ha una
sua verità entro la quale è nascosta una bugia,
ma nella bugia, spesso, è intrappolata la Verità
che tanto fa male a chi usa con arroganza la bugia”.
E proprio con le parole disincantatamente esistenzialiste
di La Bruna, ma non prive di un’ultima aurorale speranza,
ci piace concludere queste brevi considerazioni – impressioni
come colpi di luce nel buio della notte siderale – sulla
sua arte e sul ‘vento’ magico che le imprime il
suo ‘creatore’.
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